Il Molino De Vita e la caparbietà dell’uomo che da sognatore diventa imprenditore

 

 

«Prima del Molino De Vita, qui non c’era niente. Il Molino è nato con me, è come se fosse mio fratello, ne conosco ogni bullone».

Esordisce così Nicola De Vita, padre del Molino che porta il nome della sua famiglia, sito nel territorio agricolo attorno al suo paese d’origine, Casalnuovo Monterotaro, di cui è fiero, orgoglioso. «Ricevemmo una deroga straordinaria per edificare il Molino nei campi, per portarlo laddove ero nato, laddove mio padre, insieme al nonno, negli anni ’80, aveva iniziato a sognare e a seminare in noi, in me e mio fratello, la voglia di fare qualcosa di nuovo e bello e grande. Qualcosa, qualunque essa fosse».

In principio, il Molino era un vigneto, poi campo di girasoli, di cui Vincenzo, padre di Nicola, fu, nel territorio, primo coltivatore. Non fu mai l’allevamento a cui si pensava, l’acqua era scarsa e gli animali non sarebbero sopravvissuti, divenne allora campo di grano, coltura d’elezione per un territorio, quello pugliese, quanto mai generoso e ad essa vocato per clima, posizione e tradizione.

In principio, a coltivare il sogno del grano, erano Vincenzo e Michele, fratello maggiore di un Nicola dentista in erba, quando, a soli 15 anni, al ritorno da scuola, accanto al piatto di pasta, la mamma gli faceva trovare “la lista degli appuntamenti”.

«Il più grande insegnamento che mio padre potesse darmi è stato il suo esempio, uomo concreto con lo sguardo rivolto alle stelle. Mi ha insegnato la cura e l’attenzione al dettaglio, la curiosità. Mi ha insegnato la fatica di un grande progetto e, al tempo stesso, la fiducia silenziosa del suo occhio benevolo. Mi svegliavo ogni mattina alle 5:30 per diventare dentista. Alle 6:00 prendevo il pullman per la stazione di Foggia, da cui la scuola si trovava a mezz’ora di cammino. Alle lezioni del mattino, seguiva la pratica del pomeriggio. Mi affascinava la “meccanica dei denti” e, all’epoca, mi cimentavo nella realizzazione di dentiere per i vecchietti del paese, poi nel 1986, verso la fine del III anno, i nostri progetti subirono una battuta d’arresto, nella nostra vita, nella mia vita, un black out. Michele non c’era più. Di lui rimanevano i suoi sogni di grano e le aspettativa di papà».

Era il 1986, maggio, Nicola era un adolescente, studente con una carriera già avviata.

«Dopo il trauma, un buio fatto d’immobilità. Non avevo mai marinato la scuola, quell’anno saltai addirittura l’esame propedeutico per l’ingresso all’anno successivo. Dopo tutto il buio di quei giorni, però, mi svegliai con una volontà enorme, quella di portare a compimento il sogno di mio fratello».

Nicola cambiò l’indirizzo dei suoi studi, in tre mesi, fece quello che all’Istituto agrario si studia in tre anni. Dall’anatomia si ritrovò a studiare agronomia e, dopo due anni di, sventuratamente, sezione A («Fatti mettere nella sezione C, Nicò, che la A è la più tosta» lo ammoniva bonariamente un amico della sezione C, n.d.r.), all’esame di maturità, si diplomò con 58/60, «non si trattava poi tanto di studio – asserisce Nicola – io la terra la conoscevo, ce l’avevo nel sangue».

Così come i suoi studi, anche la vita di Nicola cambiò: «Inizialmente non potei contare sul supporto dei miei genitori, ma ci fu un familiare, un cugino di secondo grado di mio padre, Antonio Ariano, che ne fece le veci». Antonio Ariano era un ingegnere con una particolare competenza nella gestione congiunta di molini e pastifici. Due settori contigui, ma che spesso perseguono interessi differenti. «Zio Antonio era un uomo lungimirante, dotato di quell’elasticità mentale che permise al Molino De Vita di nascere e crescere facendo i conti con le esigenze di entrambi i settori, con l’intero processo che porta la spiga di grano a diventare pasta di altissima qualità».

Erano gli anni ’80, la pasta era tanta, le essicazioni veloci, le trafile in teflon e i colori troppo vividi dall’odore spento.

Erano gli anni ’80 e l’ingegnere Ariano suggeriva a Nicola qualcosa di diverso: fare poco e bene in un momento in cui si faceva tanto e male.

Ma ci volle del tempo.

Fonte : www.foodink.it

«Inaugurammo il Molino dieci anni dopo, nel 1996, all’indomani della festa di Sant’Antonio, il 14 giugno – ricorda Nicola – In quel tempo, con l’aiuto di tanti uomini, zii, come al sud chiamiamo gli uomini anziani a cui si porta rispetto, ero diventato esperto di commercio, avevo conosciuto la scienza del grano, l’importanza della fluidità in un campo come il nostro. Avevo imparato a trattare con i clienti, quando ancora questi mi dicevano che di soldi ne avrebbero parlato con mio padre, avevo imparato a trattare con le banche, solo alla cui chiusura del venerdì pomeriggio, per me iniziavano i giorni di vera pace. Due. La spontaneità è stata, a lungo, il segreto del mio successo, ho sempre parlato, con i pastifici, di grano, mai di semola, mio padre era un agricoltore, non un mugnaio; ho sempre parlato con il fare del sud, anche con la gente del nord, anche di fronte alla loro diffidenza, come quando e al mio “e te lo dice tuo fratello”, Furio Bragagnolo di Pasta Zara rispondeva: “Adesso mi stai fregando”»

Il segreto del Molino De Vita, dei De Vita, l’arma vincente che da quel niente iniziale ha portato alla nascita e al consolidamento della loro attività, è stata l’intraprendenza, quella che per prima animò il petto di Vincenzo, l’avanguardia, usata nelle tecniche e nella tecnologia impiagata, il personale, da una parte esperto e altamente specializzato, dall’altra giovane e fortemente motivato. La passione, la caparbietà, o, semplicemente, quella primordiale volontà enorme che, esattamente trentun anni fa, costrinse Nicola ad abbandonare i suoi progetti, per restituirglieli, oggi, nelle irriconoscibili vesti di un sogno antico.

 

Martina de Meis

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